Selvatico. Spore. [Due]

Selvatico. Spore. [Due]
E Bianca. Una parola diversa per dire latte

Una rassegna crea una rete contemporanea nei Comuni della Bassa Romagna

Nel cartellone Prove Tecniche Ravenna 2019, Sabato 8 e Domenica 9 dicembre è stata inaugurata la rassegna Selvatico. Spore. [Due] E Bianca. Una parola diversa per dire latte, sfidando l’arrivo della neve.

La mostra “su e intorno al bianco” si articola in sei sezioni dislocate in altrettanti Musei del Sistema Museale della Provincia di Ravenna: il Museo Civico delle Cappuccine di Bagnacavallo, il Museo Civico San Rocco con la Chiesa del Pio Suffragio a Fusignano, il Museo della Battaglia del Senio ad Alfonsine, il Museo Civico Varoli di Cotignola, le Pescherie della Rocca a Lugo, il Museo Civico Venturini di Massa Lombarda.
E’ un evento espositivo dilatato nel tempo e nello spazio. Ha avuto inizio con una duplice inaugurazione e prosegue fino al 20 gennaio con una costellazione di iniziative e appuntamenti che coinvolgerà pubblici diversi (rassegne video, concerti, laboratori), mentre il percorso unisce le città della Bassa Romagna in una suggestiva rete che, con sguardi e opere contemporanee, sovrappone e tiene insieme collezioni, raccolte e memorie del territorio.
Già lo scorso anno la mostra A Nera. Una lezione di tenebra, coinvolgendo alcuni Comuni della Bassa Romagna e la ricchezza dei Musei della Provincia, aveva proposto un’estensione allo stesso modo ramificata del progetto originario Selvatico. Rassegna di campagna allestito nel 2002 a Palazzo Sforza, Cotignola, che si era distinto per il fatto di coinvolgere numerosissimi artisti e critici con la forza di un punto di vista particolare, locale, “provinciale”, e un orizzonte ampio, aperto ai contributi e alle visioni di molti in tutta la regione, Romagna e non solo.

Massimiliano Fabbri, Direttore del Museo “Luigi Varoli” di Cotignola, è l’ideatore di Selvatico e il curatore di E Bianca.

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E Bianca innesca un incontro inaspettato, un “cortocircuito” fecondo tra arte contemporanea e collezioni presenti sul territorio. Il museo è un luogo di conservazione dei segni di un passato lontanissimo dalle ricerche dell’arte contemporanea (in quelli coinvolti nella rete espositiva troviamo ex-voto o memorie belliche, per esempio). Da cosa è nato questo innesto? Che cosa suscita negli artisti, e cosa invece nel pubblico?

Credo che il museo funzioni qui come limite imposto e guida al tempo stesso: è il perimetro, la mappa in cui muoversi; la geografia e il problema. Capace di offrire una serie e gamma molto vasta di punti di riferimento e stimoli sui quali abbiamo costruito le mostre, ognuna distinta dalle altre per una sua temperatura e umore in qualche modo dovuti agli echi che provengono dal museo e dalle storie e vicende e presenze dei luoghi. Dalle memorie trattenute e custodite nelle collezioni. Una risonanza, più o meno segreta, che il progetto prova a svelare collegando punti sparsi nello spazio e nel tempo come in una costellazione, isole di uno stesso arcipelago.
Voci dal passato, certo, ma che ci hanno permesso di pensare ed incontrare e pensare ad alcuni artisti che ci sono subito sembrati in sintonia con queste tracce, e capaci di amplificarle anche. Piste da seguire e interpretare che, va da sé, non crediamo né ancora esaurite, né completamente battute; segni da un altro tempo che diventano chiavi per decifrare il contemporaneo, funzionando allo stesso tempo da stimolo produttivo perchè innescano il nuovo, nello specifico molte delle opere in mostra.
In questo, tra memorie e collezioni da un parte, e visioni e sguardi contemporanei dall’altra, non ci sono fratture ma continuità, aggiunte e stratificazioni continue e fertili. Una riscrittura continua, una mobilità che certo contempla anche lo strappo e il rovesciamento e la cancellazione.

Una possibilità di ripartire da una pagina in parte già scritta che tiene al tempo stesso, per ciò che concerne l’artista, il tentativo di superamento e la volontà di continuare e prolungare una narrazione muovendosi in un tempo esploso che rende necessario uno scavo intorno alla memoria; uno scoperchiamento e affioramento continuo, una lotta per colmare le amnesie attraverso la ricerca costante di punti di vista altri. Un tentativo di tornare a vedere in qualche modo. Una difesa della libertà, se si vuole, che non si dà senza confronto e ascolto e senza una tensione, come dicevo precedentemente, al superamento, pena l’essere schiacciati e sepolti da questo carico di storie, dal proiettarsi di ombre di oggetti e visioni e narrazioni.
Il museo è allora di certo una forma di orientamento che rende possibile il futuro proprio perchè porta con sé questo sguardo bifronte. È ferita ancora aperta e materia pulsante.
Questo comporta, dal punto di vista dell’artista, la ricerca di un equilibrio tra due movimenti differenti e apparentemente in contraddizione tra loro, il primo che funziona come risposta e reazione ad una domanda o stimolo (cercare di allargare i confini per respirare meglio); il secondo che, quasi in una modalità da rabdomante, si mette in ascolto per far affiorare affinità, e collegare punti nel tempo e nello spazio…

Echi, specchi, scavi, geologie: estendere, amplificare il racconto; permettere l’incontro e la visione ancora, come fosse la prima volta. Prendere dentro di sé il mondo per restituirlo.
Per il pubblico significa forse riappropriarsi di un museo spesso calato in una dimensione sonnambula. Quello che si cerca è uno spostamento, la sovrapposizione, e il capovolgimento. Una stratificazione dello sguardo, un percorso che induce alla ricerca del collegamento, prendendo decisamente parte attiva in ciò che si vede, costruendo e inventandosi percorsi e nuove trame.
Due mondi che si nutrono a vicenda quindi. Innesti che hanno bisogno di radici; crescite che a loro volta necessitano di nuove foglie e rami ad incontrare la luce per ingrossarsi, nutrirsi e difendersi.

Infine, la voglia di mescolare pubblici.

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Selvatico. Spore è una mostra plurale: sento la vertigine della lista nello scorrere i tanti nomi degli artisti coinvolti (alcuni affermati, altri giovanissimi) e nel vedere quanti hanno collaborato al catalogo con un loro scritto. C’è il tema del bianco ma, moltiplicando gli sguardi, quasi deborda e sfugge. Quali sono per te gli effetti positivi di questo modello, una sequenza-incastro di tante tessere che, relazionandosi, danno vita a un nuovo organismo?

La lista non funziona tanto come elenco che stordisce e cataloga e mappa, ma come un percorso ramificato che offre percorsi molteplici e direzioni tante. Fiumi carsici che scorrono sotto e poi affiorano quasi che il progetto e i musei chiamassero a sé una moltitudine e pluralità di sguardi per affinità ed empatia. Come se per poter parlare una lingua attuale e aperta ci fosse bisogno di una babele di idiomi che crediamo poi si rendano leggibili e interpretabili attraverso il disegno della mostra; che, nonostante tutto, tende decisamente all’unità, a ricondurre tutto ad una forma unica, anche se frammentata e dispersa in dettagli. Una forma plurale in questo caso trattenuta e congiunta e attraversata dal bianco, colore capace di portare con sé una infinita varietà di percezioni e sentimenti e sfumature di senso.

Parte del divertimento risiede anche in questo sforzo di congiunzione, in questo gioco e sequenza di incastri perfetti. Mi interesserebbe molto meno lavorare con uno o due o tre autori (ma questa è probabilmente una mia deformazione da artista che in qualità di curatore, da un certo punto di vista, lavora fuori dal suo ambito e quindi in modalità non proprio ortodosse).
Non si tratta però di una mostra collettiva ma, come hai detto bene, di qualcosa che funziona come un organismo, come successione e sequenza di cellule che a loro volta si raggruppano e chiamano e saldano a creare sistemi più complessi e articolati. Un corpo (spesso utilizzo l’immagine della crescita vegetale perchè la sento particolarmente adatta a descrivere l’andamento e sviluppo di Selvatico. Spore: ramificazioni, gemmazioni, intrecci, la spinta in direzioni differenti…).
Come se dall’accostamento tra il lavoro di due autori, nella loro intersezione, se ne generasse un terzo, prima inesistente o mai visto, e così via…
Ecco, in questi margini che si sovrappongono e sfumano, risiede uno delle colonne vertebrali di Selvatico, una delle sue ragioni. Che le cose e i pensieri e le immagini si incontrino e da questo contrasto felice, magari anche involontariamente, generino pensieri, scoperte, immagini e mondi.
Uscire perciò dalla logica del singolo autore per mettere in campo un progetto plurale, che restituirà certo molte visioni differenti ma anche un immagine totale, una forma in grado di abbracciare e contenere la moltitdine e le differenze contenute nel percorso. Questa possibilità e andirivieni potenziale e continuo e oscillante dal piccolo al grande, dal singolare al plurale e viceversa, è uno dei movimenti che più mi interessano e che credo coinvolga lo spettatore con modalità altre, rendendolo partecipe e attivo, lasciandogli margini di manovra molti e complessi. Mi interessa il fatto che la mostra si rifà continuamente assecondando i suoi movimenti e sguardi. E pensare ad un’unica strada da battere (nell’arte contemporanea e non solo) è una prospettiva che non mi tocca, e che un pò mi annoia a dirla tutta.

E poi, che la mostra nasca collegandosi immediatamente a storie presenti, edifici, collezioni, luoghi e geografie familiari è un dato imprescindibilie, l’unico possibile perchè esista un senso del contemporaneo in provincia, una sua utilità e specificità.

 

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Questa rassegna conclude un ciclo, aprendo anche qualcosa verso il futuro.
Per suggestione, cosa porta Selvatico. Spore. [Due] verso la candidatura di Ravenna 2019?

Non so dire esattamente, forse non è tanto un’idea, quanto piuttosto un’urgenza e reazione questa di ripartire da un territorio che funziona ed è vissuto come una grande ed unica città diffusa, che permette passaggi morbidi e anche cambi di temperatura emotiva e visiva e di presenza di narrazioni e che eppure, salvo forse per il teatro, sembra aver rinunciato drammaticamente e inspiegabilmente al contemporaneo.

Prima di tutto Selvatico è allora una reazione ad un vuoto e per questo, con questa formula e modalità lenta, in una città e territorio pullulante di occasioni, probabilmente, non sarebbe nato, né tantomeno si sarebbe potuto sviluppare e crescere.
Penso ad un luogo che ha anche una capacità attrattiva certo, che può e deve però funzionare da stimolo produttivo allo stesso modo di come succede qui per i musei, preziosi, anche se piccoli e seminascosti, eppure essi danno il via a nuove visioni offrendo suggestioni, possibilità di studio, apertura di mondi. Senza questa domanda e bisogno di comprensione lo sforzo è inutile.
Parola abusata certo, questa della rete, eppure senza questa volontà e tentativo di annodare legami e indicare traiettorie possibili per creare una trama più fitta (prima di tutto di relazioni umane e scambi) si corre probabilmente il rischio di lavorare per settori, di specializzarsi frigidamente in ambiti e discipline, e di isolarsi. Nessuna autarchia invece.
Allora la geografia che mi interessa è anche una geografia sentimentale fatta dai luoghi e dalle persone naturalmente, e perciò mobile e aperta alle intrusioni, e così devono sempre esserci due tensioni che si contrastano, una forza centripeta ed una centrifuga, insieme, perchè in fondo per l’artista si tratta sempre di cercare un equilibrio, di risolvere un problema che forse è ancora quello della bellezza, dell’innesco violento che porta via e genera.

Selvatico tenta di mescolare e scompigliare alcune gerachie e lo fa in modo involontario, e non può che farlo partendo dalla provincia (che è comunque la condizione italiana), avvicinando e mettendo insieme autori con un percorso alle spalle consolidato con altri più giovani o nascosti, di valorizzare microrealtà che riteniamo affascinanti e sommerse, di disegnare una mappa di piccoli spstamenti che sono una delle caratteristiche del territorio e dell’arte che non si muove solo attraverso alcuni canali stabiliti ma lavora spesso sui margini e confini, come nel caso del fumetto e illustrazione, per fare solo un esempio.
Lavorando e partendo da una particolarità che è italiana, e che è fatta di Comuni e paesi e opere diffuse, che non significa campanilismo ma ricerca e valorizzazione di differenze, bisogno di aperture e attraversamenti.

Forse ancora anarchia e cooperative, di certo il desiderio di far incontrare mondi e restituirli.

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Selvatico. Spore. [Due]
E Bianca. Una parola diversa per dire latte

a cura di Massimiliano Fabbri

1 > Bagnacavallo • Museo Civico delle Cappuccine
Sogni e memorie. Immagini da un mondo perduto
Michelangelo Setola, Patrizia Piccino, Gloria Salvatori, Mauro Santini, Alberto Zamboni, Jacopo Casadei, Domenico Grenci, Enrico Azzolini, Ettore Frani

2 > Fusignano • Museo Civico San Rocco e Chiesa del Pio Suffragio
Geometrie e altre microscopiche meraviglie della natura e crescita
Giovanni Lombardini, Alberto Biagetti, Sabrina Foschini, Ketty Tagliatti, Andrea Kotliarsky, Fiorenza Pancino, Cinzia Ortali, Silvia Chiarini, Giulia Ricci, CaCO3, Ana Hillar, Oscar Dominguez

3 > Alfonsine • Museo della Battaglia del Senio
Innesti. O dei meccanismi evolutivi degli oggetti
Silvia Zagni, Giorgia Severi, Paolo Buzzi, Giuliano Guatta

4 > Cotignola • Museo Civico Luigi Varoli
Archeologie. Ossa e conchiglie, fossili e impronte
Sergio Policicchio, Giancarlo Scagnolari, Giovanni Ruggiero, Verter Turroni, Chiara Lecca, Andrea Guastavino, Lucia Baldini, Silvia de Martin, Franco Stanghellini

5 > Lugo • Pescherie della Rocca e Torre del Soccorso
Esplorazioni e avventure. Vuoti scenari, avamposti artici e deserti
Michele Buda, Luca Piovaccari, Silvia Camporesi, Ettore Malanca, Laura Correale Santa Croce, Valentina Perazzini, Giovanna Caimmi, Giovanni Lanzoni

6 > Massa Lombarda • Museo Civico Carlo Venturini e Centro Giovani JYL
Regni bambini
Benedetto di Francesco, Vittorio D’Augusta, Andrea Ghetti, Virginia Mori, Octavia Monaco, Fabiana Guerrini, Pomelo, Andrea Salvatori

Eventi:
> Venerdì 14 dicembre ore 21 Sala del Carmine Massa Lombarda
concerti di Roberto Paci Dalò, Francesco Guerri, Matteo Scaioli, Antonio Gramentieri, Fabio Mina, su video di Raniero Bittante, David Loom, Giulia Ricci, Silvia Camporesi, Mauro Santini, Dalò, Roberto Paci, Carloni-Franceschetti, Mara Cerri – Magda Guidi, Virginia Mori, Dacia Manto, Lucia Baldini -

> Martedì 18 dicembre ore 20 Convento di San Francesco Bagnacavallo
azioni, installazioni, film di Riccardo Baruzzi, Roberto Paci Dalò, Carloni- Franceschetti, Matteo Visconti, Orthographe

Testi in catalogo di
Massimiliano Fabbri, Eloisa Gennaro, Massimo Pulini, Eleonora Frattarolo, Ranieri Frattarolo, Alessandro Giovanardi, Maria Rita Bentini, Sabrina Foschini, Marco Bertozzi, Daniele Serafini, Stefano Mazzotti, Francesco Caggio, Elettra Stamboulis, Daniele Torcellini, Roberta Bertozzi, Gian Ruggero Manzoni, Serena Simoni, Pier Marco Turchetti

> Aperture e orari
Dal 10 dicembre 2012 al 20 gennaio 2013
Le mostre di Bagnacavallo, Cotignola e Massa Lombarda restano aperte fino al 27 gennaio 2013
giovedì e venerdì 15-18; sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18
(con chiusura il 25-12, il 31-12 e l’1-1)

> Visita guidata alle sei sezioni della rassegna con Massimiliano Fabbri
Sabato 29 dicembre 2012 (su prenotazione)
Domenica 13 gennaio 2013 (+ Bianco variabile: pranzo con il cuoco Alessandro Miroballo, su prenotazione)

> info
www.selvaticospore.it
selvaticospore.blogspot.it
tel. 0545 908 879
info@selvaticospore.it

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