Prove Tecniche in Fèsta: intervista alla cooperativa E

Il percorso delle Capitali Europee della Cultura si muove attorno due grandi direttrici: partecipazione dei cittadini e vocazione europea. Fèsta è alla sua prima edizione e presenta un programma di appuntamenti che potrebbe trovarsi in città quali Berlino o Parigi. Come progettare eventi provando a immaginare un pubblico allargato? E come, al contempo, mantenere alto il livello qualitativo, avvicinandosi alle proposte delle capitali dell’Europa?

Gianni Farina (Menoventi):

Affinchè i singoli eventi si uniscano per formare un vero e proprio percorso culturale si deve creare un sostrato adeguato. Il lavoro di Ravenna Teatro ci dimostra che un progetto di alfabetizzazione del pubblico è efficace e duraturo; il pubblico ravennate si affaccia sulle nuove proposte forte di una consapevolezza poco diffusa. È una struttura che aspira alla creazione di un concerto di eventi per cercare di aprire al massimo la sua connessione con il territorio e quindi con un pubblico preparato. Laboratori, incontri e baratti interdisciplinari fanno in modo che si crei un contesto adeguato, un incontro tra individui in cerca di qualcosa. La programmazione di Fèsta si apre il più possibile al pubblico con questi attraversamenti, cercando di trovare la giusta collocazione in un progetto culturale più vasto.

Per sostenere proposte di qualità è necessaria, manco a dirlo, un’economia dedicata adeguata. Sappiamo che non basta e in questo caso specifico credo che la qualità sia semplicemente una diretta conseguenza del lavoro degli artisti e di tutti gli ospiti coinvolti; molti hanno esperienza internazionale consolidata e la voglia di partecipare a questa Fèsta che, forte del fervore del primo passo, metterà senz’altro un accento sul lavoro di tutti.

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Da tempo si discute a più livelli attorno al concetto di contemporaneo, facendo spesso molta confusione. Pensando a Fèsta ma anche alle arti sceniche in generale, come approcciare la questione?

Agata Tomsic (ErosAntEros):

Il contemporaneo è un concetto astratto, relativo, aperto a molteplici possibilità di interpretazione. È per questo che si fa confusione. Ed è proprio in quanto privo di definizione univoca, che personalmente lo trovo estremamente interessante.

Per me contemporaneo è un pensiero in movimento, che mette tutto ciò che tocca in discussione. Un soffio che contamina e sposta visioni, portandole in zone pericolose, non ancora esplorate. È una prospettiva che allarga costantemente il proprio orizzonte, mantenendosi elastica e con un fuoco mobile, sempre al di fuori dei confini prestabiliti.

Per quanto mi riguarda, contemporaneo vuol dire stanziare in zone liminari, incerte, ma proprio per ciò portatrici di conoscenza e di spostamento. Personalmente me lo immagino come un corpo, proteiforme, costantemente mutevole. Come una specie particolare di solido, che ha tutte le caratteristiche proprie dei liquidi quando, perseguendo il flusso del proprio pensiero, si incanala in minuscole e sconosciute fessure.

Applicato a Fèsta e alle arti sceniche in generale, questo concetto, significa per me sopratutto plurilinguismo, multidisciplinarità e contaminazione. Significa mantenere all’erta i propri sensi, per andare verso percezioni simultanee, concatenate, cercando di tessere tra quest’ultime sottili linee di congiunzione, su loro stesse più volte aggrovigliate. La E stessa, presentandosi come un’unione tra nuclei artistici tra sé anche molto diversi, né è per me una chiara manifestazione.

Anche Fèsta nasce con lo stesso spirito e intento di costruire relazioni, senza dover per forza dividere e definire, anche tra pratiche e saperi apparentemente diversi. Basta una veloce occhiata al suo programma per rendersene conto.

Contemporaneo è per me questo cortocircuito, all’interno di un sistema ben suddiviso e classificato, che immerso in un enorme insieme parcellizzato, riesce a creare delle connessioni altre, diverse da come precedentemente schematizzato, e a uscirne fuori a respirare, pur mantenendosi costantemente al suo interno.

 

Il percorso di Ravenna 2019 ha iniziato a proporre un percorso di eventi riuniti in un cartellone unico romagnolo, le “prove tecniche”. A partire da questo “anno zero”, quali percorsi ulteriori potrebbe immaginare la neonata cooperativa E per raccogliere la sfida di una città che ambisce a essere Capitale?

Chiara Lagani (Fanny & Alexander):

Poter guardare, per come si susseguono in questo cartellone unificato, a eventi importanti che si rafforzano a vicenda nella vicinanza e nella diversità, poterli osservare nella trama fitta di riverberi e richiami che creano – che poi è quel che chiamiamo tessuto culturale – è emozionate. È una specie di disegno drammaturgico dotato di una prospettiva ampia a nascere di fronte a noi. Siamo “abituati” a questo. Il teatro è un procedimento vivo che prevede sempre la nascita improvvisa di qualcosa di fronte a noi. Nella passione, nello slancio dell’utopia, nel creare un discorso solo a più voci, una specie di ritmo sinfonico della comunità, c’è, credo, qualcosa di simile a quello che chi crea in teatro sperimenta ogni giorno. E del resto sia “prove” che “tecniche” sono due parole che il teatro frequenta intensamente. Prova ha la radice di “probus”, buono, abile. Provare è riconoscere, stabilire una qualche “bontà”, o “verità” in qualcosa. Sperimentare, investigare, tentare. Sperimentarsi, investigarsi, tentarsi, nell’ampio senso vertiginoso e feroce di ognuna di queste parole. Tecnico è, molto semplicemente, “ciò che è conforme all’arte”. C’è nell’origine della parola qualcosa connesso all’idea di Fare, Creare, Procreare. Fèsta è una “Prova tecnica” in questo senso pienamente. Un gesto che predispone avventurosamente all’esito vitale di un’alchimia complessa, che in parte dipende da noi, dal nostro lavoro, dall’idea e dalla scelta degli elementi che là reagiranno, in parte è qualcosa che dovremo lasciar esistere a partire da quei cinque giorni, ascoltando la sua forza e la sua bellezza, che è la bellezza che sempre ogni creatura animale complessa si porta dentro. E così se penso alla sfida che Ravenna Capitale dovrebbe saper raccogliere penso a una doppia possibilità: prima di tutto quella di progettare, disegnare insieme un’architettura forte, ampia, fatta delle differenze di colori, della ricchezza che si muove in questa città ogni giorno. E allora penso anche al dovere, alla vigilia di una simile candidatura, che tutti abbiamo, ognuno con i suoi strumenti, artistici, istituzionali, politici, culturali di rafforzare, nutrire, proteggere il patrimonio che già abbiamo. Ma penso anche alla nuova possibilità o occasione di poter scoprire nella relazione imprevedibile che si crea all’improvviso tra le cose un senso impensabile, l’intuizione di una figura immaginale profonda, da cui forse si genereranno altre architetture, mai contemplate prima. Penso che se sapremo rispettare il loro ritmo, queste architetture profonde nate dalla relazione dei nostri singoli gesti potranno rispecchiare davvero l’elemento psichico, animale, e ideale più forte della nostra città.

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“Di soglia in soglia”, “La danza dei contrari”, “Verso il mare aperto”, “Immaginare l’immaginario”, “Trasformo, dunque siamo” sono le cinque grandi aree tematiche attorno alle quali si costruirà il dossier di candidatura. Dove collochereste Fèsta? Cosa può essere ancora fatto per studiare, approfondire, raccontare tali aree tematiche?

Marco Valerio Amico (gruppo nanou):

È molto complicato collocare Fèsta e tutta l’azione della cooperativa perché desideriamo trasformare l’immaginario di soglia in soglia danzando le nostre differenze, e ci sembra che le nostre azioni procedano verso questa visione.

Pur riconoscendo la necessità e l’importanza delle aree tematiche che Ravenna 2019 ha proposto, come per la cooperativa le 4 compagnie mantengono e devono mantenere la loro peculiarità e la loro identità, al contempo è sempre più necessario individuare l’obiettivo, la mappa e la mappatura generale per focalizzare l’azione comune.

L’obiettivo può essere quindi la visione globale che parte da una formazione culturale del contemporaneo capace di abbracciare una collettività e, grazie a questa operosità, si rende capace di sfociare e creare eventi partecipati con l’ambizione e l’arroganza, sana, di aprire una riflessione sulla creazione di un pensiero culturale.

Sarebbe interessante ragionare per sporogenesi e per errori, in cui la parola “errore” viene riqualificata nel plus valore che gli attraversamenti linguistici sono capaci di creare determinando un imprevedibile successo dell’azione collettiva non ancora, o almeno non esattamente, prevista nel suo risultato.

Con Fèsta stiamo cercando di creare un enorme “errore” che possa offrire alla città un’inaspettato desiderio, un’inaspettata fame di tutto ciò che brulica e fermenta nel nostro territorio, fra azioni presenti e sottocutanee.

 

Link al programma di Fèsta

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