Il cinema del Mosaico Film Fest, il pensiero che trova forma

Mulloy
Proseguendo nel nostro percorso di indagine attorno ai protagonisti delle “Prove tecniche di 2019″, approfondiamo questa settimana il “Mosaico d’Europa Film Fest”, che da qualche anno porta a Ravenna il cinema di qualità del continente. Focus disciplinari, ospiti internazionali, retrospettive compongono un programma di alto livello, unico nel panorama nazionale. Da parte nostra, non possiamo non segnalare almeno il “focus animazione”, di cui fa parte il maestro inglese Phil Mulloy, che terrà una masterclass il 21 aprile alle h 18.30 (programma completo su http://www.mosaicofilmfest.it).

Incontriamo il direttore organizzativo Alberto Bucci e con lui discutiamo di alcuni nodi relativi alle capitali europee, alla contemporaneità, al futuro.

Il percorso delle Capitali Europee della Cultura si muove attorno due grandi direttrici: partecipazione dei cittadini e vocazione europea. Come interpreta il Mosaico d’Europa Film Fest questi due snodi?

Il cuore del MEFF, per un buon 80%, è il cinema europeo: dunque la vocazione europea è scritta fin dall’inizio nell’“atto costitutivo” del festival. Nelle prime edizioni era più forte il tema della “classicità” del cinema: dove per “classico” intendiamo il cinema di narrazione, della durata standardizzata di 90/120 minuti, il film che più o meno coscientemente ci aspettiamo di vedere quando entriamo in una qualunque sala. Da qui il concorso, che mostra films europei premiati in ogni parte del mondo ma che non sono distribuiti in Italia; e le sezioni informative sui nuovi talenti del cinema europeo.

Ma sappiamo che il cinema è fatto anche di altri oggetti non facilmente identificabili: opere e films che mescolano, frantumano e rielaborano i generi (fiction, documentari, animazioni, sperimentazioni), i cui supporti e luoghi di fruizione sono molteplici (dal dvd domestico al web, dalla sala alle installazioni visive). Il festival da qualche anno dà spazio anche a queste opere che solo per pigrizia intellettuale potremmo definire “strane”.
La partecipazione del pubblico è un percorso di crescita che si sviluppa negli anni. Sicuramente all’inizio il pubblico veniva per vedere films d’essai di qualità che altrimenti non avrebbe mai potuto vedere, a causa dei meccanismi distributivi. Ma poi c’è stata anche una specie di trasformazione nel pubblico: siamo un festival che ha scelto fin dall’inizio di non cercare le stars e i tappeti rossi; che non si affida semplicemente all’anteprima di lusso o al vip famoso; ma che al contrario seleziona ospiti mirati e da scoprire (Nicolas Winding Refn nel 2010, Phil Mulloy quest’anno) o tematiche e generi di intreccio (come musica, street-art, animazione), che vuole proporre insomma un cinema della bio-diversità, per così dire. In questo percorso, la partecipazione degli spettatori è meno passiva e più attiva, spontanea e sincera, perché diventa reale scoperta del nuovo e dell’inedito. Personalmente ho più piacere che la gente scopra Winding Refn o Banksy o il cinema indipendente inglese, e se ne ricordi negli anni – piuttosto che esca dicendo “Ho visto Scorsese in sala!”

Da tempo si discute a più livelli attorno al concetto di contemporaneo, facendo spesso molta confusione. Pensando al Mosaico d’Europa Film Fest e al cinema in generale, come approcciare la questione?

11Contemporaneo è un aggettivo, non un sostantivo. Questo è il motivo della confusione. Perché il senso dell’arte, il suo contenuto, la sua sostanza stanno ovviamente nella parte “sostantiva”.
Dal punto di vista dell’aggettivo, per esempio, Avatar è un film estremamente contemporaneo, ma anche molto classico e standard nelle sue idee, nel quale il 3D è solo un effetto speciale.
Dal punto di vista del sostantivo, la contemporaneità è altrove: è nella esplorazione, nell’immaginario trasmesso, nell’urgenza artistica di creare quell’opera in quell’unico modo piuttosto che in tutti gli altri possibili. La contemporaneità non è nemmeno il “giovane” o il “nuovo” o la “sperimentazione” a tutti i costi. È un pensiero che trova forma artistica. Senza idee e pensiero non esiste la contemporaneità, e sono soprattutto idee e pensiero quello che cerchiamo di trasmettere nel festival.

Il percorso di Ravenna 2019 ha iniziato a proporre un percorso di eventi riuniti in un cartellone unico romagnolo, le “prove tecniche”. A partire da questo “anno zero”, quali percorsi ulteriori potrebbe immaginare il Mosaico d’Europa Film Fest per raccogliere la sfida di una città che ambisce a essere Capitale?

La sfida del MEFF non sarà imitare i grandi festivals come Venezia e Cannes, che vivono di grandi eventi, di anteprime stellari, di divi in mezzo alla folla. Non ci interessa e non è quello che serve alla cultura e all’arte. Sono tanti i possibili altri percorsi da esplorare, sia nel contenuto che nella fruizione. Si può andare oltre la forma festival quale semplice vetrina-schermo e arrivare a un cinema della bio-diversità che nasce da idee e azioni nuove. E per avere idee nuove occorre investire sulla formazione, sulle scuole, sui talent campus, sulle nuove forme di realizzazione dei film, su modelli di cinema che non sono più il semplice entrare in una sala, ma il provare a fare e vivere il cinema.

 ”Di soglia in soglia”, “La danza dei contrari”, “Verso il mare aperto”, “Immaginare l’immaginario”, “Trasformo, dunque siamo” sono le cinque grandi aree tematiche attorno alle quali si costruirà il dossier di candidatura. Il Mosaico d’Europa Film Fest in quali di questi snodi potrebbero inserirsi? Perché?

Il cinema è linguaggio universale. Crea opposizioni e conflitti, li ricompone. Fa danzare i contrari.
Il cinema è immagine – fa immaginare mondi possibili e reali – dunque immagina l’Immaginario.
Il cinema è arte collettiva; implica sforzo, partecipazione, entusiasmo. E quindi trasforma, dunque siamo.

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