I contrari che danzano, attorno al “noi”

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L’hanno chiamata armonia nella dissonanza, bellezza dell’accumulo, capacità di manifestare senza mostrare in maniera diretta. Il conflitto è una delle caratteristiche forse più spiccate dei nostri anni: famigliole, piccoli club, caste a cui importa prima di tutto definire la propria esclusiva identità, per proteggerla e preservarla. Quello che servirebbe, invece, nella società come nell’arte, è il tentativo quotidiano di mettersi in discussione, di mettere in crisi le certezze che ci impediscono la relazione, il confronto. Convinti di “saperne abbastanza” troppo spesso prendiamo posizioni che non fanno progredire i pensieri e le relazioni, arroccati in minuscole torri d’avorio. Non ne siamo immuni nemmeno a Ravenna, distratti in piccoli e provincialissimi battibecchi in cui il fine principale non è il bene di tutti ma il battibecco stesso, il litigio.

La sfida non è da poco, dal momento che riguarda la società nel suo complesso: fare in modo che l’incontro fra due diversità si tramuti in danza, e che ognuno dei due elementi si sposti un poco, si arricchisca. L’arte può forse stare nel mezzo, come punto di confluenza non pacificato, come zona franca, portatrice di un irriducibile dissidio. Quello a cui guarda tale scommessa per il 2019 (e per il 2029, 39, 49 ecc.) è un mutamento di pensieri, di mentalità: la mia visione del mondo si costruisce dall’incontro di visioni differenti, a volte contrarie, ma che per trovare il loro senso sono parimenti indispensabili. Trent’anni di società dello spettacolo ci hanno abituato a pensare che il bene di tutti non esista, che prima di tutto arrivi il nostro tornaconto. La danza dei contrari è una sfida a questa mentalità che abbiamo ormai introiettato, e ribalta i termini del ragionamento: il mio benessere deriva da quello di tutti, perché se tutti stanno bene anche io sto meglio.

Non ci si arriva da un giorno all’altro, né certamente affermando sarcasticamente che le cose non cambieranno mai, perché tutto è già deciso. Questo, al contrario, è l’atteggiamento di chi in fondo spera che nulla cambi. Ci si potrebbe arrivare pensando che ogni opinione, pensiero, diversità e conflitto può essere parte di un “intero” cittadino (europeo) in cui le singolarità sono valorizzate, in cui il mio agire punta a cambiare in meglio l’orizzonte collettivo, dal momento che la diversità è indice di ricchezza.

Ma a questo punto occorre porsi una domanda, forse la prima di tutte: queste singolarità saranno in grado, vorranno mettere in primo piano il “noi”?

Lorenzo Donati

 

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