Ravenna2019: patrimonio di tutti e antidoto al provincialismo

Una lettura obiettiva del Report finale della Giuria fa emergere un grande apprezzamento nei confronti del lavoro delle sei città finaliste e quindi anche nei confronti di Ravenna che esce a testa alta dalle valutazioni di merito dei commissari, piazzandosi al secondo posto su 21 partecipanti iniziali (come dimostreranno gli atti delle votazioni, quando, spero presto, potranno essere resi pubblici).

Di questo tutti i ravennati possono essere orgogliosi (e infatti moltissimi, per fortuna, lo sono) e tutta la città dovrebbe valorizzare gli aspetti più positivi di questa esperienza.

E invece, inesorabilmente, si apre il processo, si cercano i colpevoli, meglio se capri espiatori, come se si fosse trattato di una “bocciatura” o di un fallimento. E lo si fa spesso senza conoscere i fatti, brandendo l’armamentario del provincialismo più spicciolo.

Tra le polemiche più provinciali spicca quella su Cassani “politico” e sul suo staff, una polemica che ha cittadinanza solo tra le mura cittadine perché, fuori di lì, nessuno si è mai sognato anche solo di farvi cenno.

Perché in ambito nazionale e internazionale, presso gli esperti e gli stessi giudici, lo staff di Ravenna2019, come è facilmente verificabile, si è fatto apprezzare e stimare proprio per le competenze che ha dimostrato, per la propria professionalità, per la capacità di direzione e di coinvolgimento del grande movimento di cittadini che la nostra candidatura ha saputo suscitare.

Quanto alla politica, essa può essere visione e costruzione del futuro, ed è buona politica, oppure tatticismo e gestione dell’esistente, e allora è, generalmente, cattiva politica. Nel caso della candidatura (stimolata, è bene ricordarlo, dalla vituperata politica, non da altri empirei di purezza) la politica ha saputo essere visione perché ha saputo guardare al futuro, ha mobilitato forze giovani, energie fresche, professionalità emergenti che ora sono un patrimonio per tutta la città.

Quanto alla cultura, essa, se non è orientata da una politica dotata di visione, rischia di essere puro specialismo quando non gestione più o meno burocratica di ciò che già esiste.

Detto questo, se si vuole, si può anche continuare a polemizzare sul rapporto tra cultura e politica, esattamente come hanno fatto tanti commentatori anche a Matera (almeno fino al 17 ottobre), prendendosela a più riprese con la “politica” accusata di voler strumentalizzare la candidatura.

Questo per dire che davvero, purtroppo, tutto il mondo è paese.

Venendo alla critica sulla direzione artistica sollevata dalla giuria, va evidenziato che si tratta di una questione eminentemente “tecnica”, cioè legata a opzioni connesse alla più efficace gestione della programmazione artistica. La giuria ha espresso una preferenza nei confronti di una direzione artistica unica, noi avevamo optato per una direzione artistica collettiva, prevedendo in ogni caso l’introduzione, in caso di vittoria, di una figura di coordinatore artistico. Si tratta di due modelli entrambi validi, che tuttavia, di per sé, non sono mai stati garanzia di buon esito del programma di una capitale, nel senso che, ad esempio Riga (Capitale quest’anno) e Liverpool (Capitale nel 2008) hanno scelto la direzione artistica collettiva e sono andate bene, mentre molte altre città avevano un direttore artistico unico e hanno avuto problemi. Senza dire che Lecce, Cagliari e Perugia avevano nominato un direttore artistico unico ma evidentemente non è bastato.

Noi abbiamo scelto il modello della direzione artistica collettiva perché meglio si adattava ad un contesto culturale variegato e plurale come quello ravennate e romagnolo e poi perché era più coerente con una candidatura fondata sul coinvolgimento largo dei cittadini e di tutte le realtà organizzate, una candidatura, per l’appunto, scritta a 2000 mani.

Lo stesso programma culturale è stato l’esito di un percorso di confronto e dialogo con il territorio che ha portato a elaborare progetti non calati dall’alto, ma capaci di esprimere il nostro mosaico di culture.

Viene poi facile pensare che quanti ora si scoprono fans di direttori artistici unici e di staff di consulenti sarebbero stati in prima fila a criticare invasioni esterne e presumibili contratti stratosferici.

Noi, lo ribadisco e lo rivendico, abbiamo invece puntato sulla valorizzazione di risorse della città e del territorio, contenendo al massimo i costi (il nostro staff è tra quelli finalisti quello che è costato di meno alla comunità), ma garantendo radicamento e durata del percorso di candidatura.

In conclusione, quella della candidatura a Capitale Europea della Cultura è stata per Ravenna un’esperienza straordinaria che lascia un’eredità preziosa.

A metà dicembre, lo staff di Ravenna2019 presenterà pubblicamente un documento conclusivo che porterà a sintesi quegli aspetti metodologici e tematici del nostro Dossier che possono diventare la base di un nuovo processo di crescita della comunità ravennate e romagnola.

Con questo documento riteniamo di aver portato a compimento il nostro compito.

Siamo fieri che il nostro lavoro di coordinamento di un larghissimo movimento di idee e persone abbia fatto nascere nuove speranze in tanti cittadini e in tanti giovani e che, portandoci a un soffio dalla vittoria finale, abbia consentito a Ravenna di diventare, come verrà ufficializzato nei prossimi giorni, la Capitale Italiana della Cultura per il 2015.

Ora tocca alla città nel suo complesso e in primo luogo all’Amministrazione Comunale operare in modo da non disperdere e anzi, se possibile, valorizzare questo patrimonio e le opportunità che porta con sé.

Alberto Cassani