Appunti per la Città del futuro

Appunti per la Città del futuro

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di seguito gli interventi resi dallo staff di Ravenna2019, il 17 dicembre 2014, durante la presentazione del documento

leggi l’intervento di Nadia Carboni
leggi l’intervento di Christopher Angiolini
leggi l’intervento di Lorenzo Donati
leggi l’intervento di Alberto Marchesani
leggi l’intervento di Marcella Montanari

NADIA CARBONI
Buonasera a tutti e ben ritrovati,
L’incontro di oggi vuole essere in primo luogo un ringraziamento,  un ringraziamento a quanti hanno partecipato  al percorso  di candidatura:  un movimento  di persone,  istituzioni,  organizzazioni, associazioni,  gruppi,  imprese,  fondazioni,  comunità  e territori  che  hanno  contribuito  a creare  quel mosaico di culture che ha permesso di raccontare la nostra città all’Italia e all’Europa in questi anni. Vorremmo potervi ringraziare tutti, uno ad uno, ma siete talmente tanti che oggi il ringraziamento può essere solo simbolico, per quanto sentito.
Tuttavia ci sono almeno quattro persone che personalmente sento il dovere, ma anche il piacere di ringraziare per nome, per averci dato fiducia e averci accompagnato  in questa avventura non solo da un punto di vista professionale,  ma anche umano: il coordinatore  della candidatura Alberto Cassani, che oggi tra l’altro ha ritenuto giusto lasciare questo incontro alla regia mia e dello staff, il direttore generale del Comune di Ravenna Carlo Boattini, Maria Grazia Marini, direttore del Mar e del Servizio Turismo e Cultura, e il nostro Sindaco Fabrizio Matteucci.

Vorrei  inoltre  ringraziare  Rossella  Tarantino,  project  manager  di  Matera  2019  per  aver  accettato l’invito ad essere qui con noi stasera. A Rossella, e a Paolo Verri che sarebbe venuto volentieri, ma è rimasto  bloccato  a  Milano,  siamo  legati  oltre  che  da  un  rapporto  di  stima  professionale  anche  di sincera amicizia nata nel nostro percorso di pionieri della Capitale Europea della Cultura in Italia.

Venendo al secondo motivo dell’incontro, come sapete siamo arrivati al termine del nostro mandato di staff  dedicato   alla  candidatura   di  Ra2019:  vorremmo   quindi  anche  potervi  salutare,  cogliendo l’occasione  per lasciare la nostra testimonianza,  a fronte sia degli aspetti positivi, che anche di quelli critici che hanno caratterizzato questo percorso, per quanto entusiasmante, per quanto difficile.

E lo vogliamo  fare, e con questo  arrivo  al terzo punto di oggi, rilanciando  sul futuro della città, un futuro che in larga parte è stato scritto in questi anni insieme a tutti voi, ma che oggi più di ieri ha bisogno di arricchirsi di nuovi stimoli per diventare un processo irreversibile di cambiamento.

Oggi  si chiude,  a nostro  avviso,  una fase,  in cui  il 2019  non  è più l’obiettivo  ma lo strumento  per portare  avanti  un  percorso  che  ci  auguriamo  possa  proseguire  indipendentemente   dallo  staff  di ra2019. Il nostro auspicio è che le idee, i progetti, gli strumenti, ma soprattutto i processi  attivati e costruiti grazie alla candidatura possano andare avanti non solo con il supporto dell’amministrazione comunale, che in primis ha la responsabilità di rispondere almeno a parte delle aspettative che si sono generate  dal  percorso,  ma  anche  con  il  supporto  e  il  contributo  di  tutti  voi,  dei  tanti  cittadini  e operatori del territorio che hanno creduto e sostenuto il progetto di candidatura.

Un progetto  che lo ripetiamo,  e lo ripetiamo  con orgoglio,  è nato e si è sviluppato  con il territorio: tutte le idee contenute  nel dossier sono espressione  di un lavoro  collettivo di una comunità che in questi anni si è interrogata sul futuro della propria città e del proprio territorio. Non progetti calati dall’alto, ma generati da un movimento  di idee e di persone che hanno creduto, e che ci auguriamo continuino a farlo, nella possibilità di cambiare in positivo la città.

Il  nostro  ruolo  come  staff  di  Ra2019  è  stato  prevalentemente  quello  di  attivatori/abilitatori  di dialoghi  e  processi  trasversali  tra  diversi  attori,  diversi  interessi,  diversi  settori  di  policy,  diverse discipline.  Un  coordinamento  di  persone  e  idee  verso  un  obiettivo  comune  mai  realizzato  prima,  fatto non solo di competenza  ma anche di passione e dedizione  alla causa quotidiane,  a cui non rendono certo giustizia alcune delle polemiche sollevate in questi mesi, talvolta ingenerose, se non addirittura irrispettose nei confronti delle persone, e soprattutto per nulla costruttive.

Credo  che  tutti  noi  dello  staff  abbiamo  veramente  messo  il  cuore  oltre  l’ostacolo  in  questi  anni, facendo della candidatura anche una priorità di vita, certamente commettendo degli errori nel nostro percorso come è naturale che sia, ma sempre nella buona fede di chi, spinto dalla ancora gioventù e speranza  che  ci  accomunano,  ha  tentato  di  contribuire  a  cambiare  la  città  per  il  bene  comune, investendo nella cultura come principale motore di sviluppo economico del territorio.

Personalmente,   e  lasciatemi  questa  piccola  testimonianza  prima  di  dare  la  parola  allo  staff,  ho lasciato Ravenna dopo il liceo, spinta come tanti dall’ambizione  e dalla voglia di evadere dalla città di provincia.   Mi  sono  così  formata   fuori,  studiando   tra  Bologna   e  Siena  e  maturando   esperienze professionali all’estero in Europa e negli Stati Uniti; ma ho sempre conservato l’intenzione di poter rientrare un giorno nella mia città e poter dare un contributo sulla base delle competenze  sviluppate fuori. La candidatura è stata quindi per me l’occasione  per provare a farlo. Certo non è andata come speravo, ma a due mesi di distanza dalla sconfitta non riesco ad essere del tutto triste o rammaricata, lo dico con sincerità. Forse perché venendo da fuori, sono riuscita a mantenere un occhio esterno e a volte anche critico rispetto al percorso, forse perché avendo tenuto le relazioni internazionali ho visto negli occhi di chi ci osservava dall’Europa sincera ammirazione e stima per il lavoro svolto; fatto sta che continuo a vedere una città in trasformazione,  una città che in questi anni è  cambiata tanto, e che mi auguro possa continuare a farlo sulla spinta di quell’iniezione  di fiducia che la candidatura ha dato al nostro territorio in tempi di scetticismo dilagante, di frammentazione e individualismo a volte esasperato da una situazione economica negativa.

Ed è proprio lo scetticismo che ha caratterizzato la prima fase della candidatura, uno scetticismo che abbiamo cercato di combattere tutti i giorni con un impegno quotidiano sul territorio, fatto di incontri, gruppi di lavoro, meeting con esperti, dalle Cinquetracce  ad Agorà come molti di voi ricorderanno:  è stata questa la fase dell’impegno  collettivo  che ci ha portati fino alla pre-­‐selezione.  L’ingresso  nella short list ha generato quindi la fase dell’entusiasmo che negli ultimi mesi si è trasformato in passione crescente  fino ad arrivare alla selezione finale, il cui apice per larga parte della città è stato  il giorno della visita della commissione.  E’ arrivato poi l’esito finale, a cui è naturalmente  seguita la  fase della delusione.

Ecco  e con  questo  concludo,  credo  che sia ora il momento  di aprire  una nuova  fase  che traduca  la delusione  in riscatto, orgoglio,  impegno  e assunzione  di responsabilità  da parte di tutti, in primis delle istituzioni,  a realizzare  parte di quei progetti e di quel futuro che abbiamo scritto insieme, per non tornare indietro.

Venendo  al documento  che  abbiamo  preparato  in questi  mesi  di riflessione  e anche  di autocritica, come era giusto che fosse, ciò che vorremmo oggi lasciare alla città e in particolare all’amministrazione comunale,  che  deciderà  poi  cosa  portare  avanti  e in che  modo,  è una  sintesi  ragionata  di tutto  il lavoro che è stato svolto in questi anni, raccogliendo idee e spunti nati dal territorio, ma anche dal confronto con l’Europa. Si tratta di una lettura non esaustiva della complessità del territorio, ma che partendo  dai  risultati  della  candidatura  può  creare  le  basi  per  sviluppare  un  piano  strategico  di rilancio  della nostra  città a livello  locale,  nazionale  e internazionale  da qui al 2021, anno che come sapete per Ravenna coincide con le celebrazioni per il settimo centenario della morte di Dante.

Molte tra le città più avanzate in Italia e in Europa si sono dotate del piano strategico come strumento per innovare e trasformare contesti urbani, partendo proprio da percorsi di ascolto e progettazione partecipata simili a quelli che abbiamo messo in campo con la candidatura.

Crediamo dunque che il futuro di Ravenna possa svilupparsi principalmente in quattro direzioni strategiche, a cui associare azioni e strumenti che in parte sono già stati utilizzati con successo durante la candidatura: pensiamo al format di agorà, modalità partecipativa che potrebbe diventare strumento quotidiano  di  governance  del  territorio  per  coinvolgere  sempre  di  più  i  cittadini  nei  processi  di produzione delle politiche pubbliche, oppure al format delle prove tecniche di 2019 come calendario condiviso a livello romagnolo di eventi culturali dal carattere innovativo e contemporaneo, particolarmente  apprezzate dalla giuria di valutazione. Allo stesso modo alcuni dei progetti elaborati da  cittadini  e  organizzazioni  del  territorio,  previa  valutazione  della  loro  sostenibilità,  potrebbero essere realizzati. In questa sede non entreremo nello specifico dei progetti, il documento infatti è a disposizione di tutti per l’approfondimento, ma oggi vorremmo solo lanciare queste quattro possibili strategie di sviluppo e una possibile roadmap.

Ciascuna  direzione  raccoglie  suggestioni  che,  se  perseguite,  andrebbero  approfondite  e  arricchite, aprendo una nuova fase di ascolto e partecipazione del territorio, per passare progressivamente  dalle idee alle azioni.

Vorrei poi poter precisare che il documento non entra volutamente nel campo degli interventi infrastrutturali che comunque, anche in caso di vittoria, non sarebbero rientrati tra le competenze di Ravenna 2019. In ogni caso, rispetto ai progetti sulle infrastrutture  resta valido per noi ciò che viene detto  nel  dossier. Rispetto  poi  a  ciò  che  accadrà  in merito  a  future  destinazioni  di  alcuni spazi  è evidente che non spetta a noi dare risposte e meno che mai prendere decisioni. Sarà la città nelle sue varie componenti e in primo luogo l’Amministrazione comunale a decidere in merito.

Arrivando quindi alle 4 direzioni individuate, partiamo dalla prima, che abbiamo chiamato:

A)   Ravenna  interculturale:  il  valore  aggiunto  delle  differenze  (che  potrebbe  essere  raccontata  con Ravenna, mosaico di culture)
Ravenna  è una città abitata da una popolazione  per il 12% di origine  straniera  (a fronte  di una media nazionale del 7,4%), che deve imparare a convivere con diverse culture, cercando di fare del dialogo  interculturale  uno  strumento  concreto  di  cittadinanza.  Dal  Festival  dei Quartieri Interculturali,  a European  Propaganda  passando  da organizzazioni  quali il CISIM e la Casa delle Culture  (ma  non  solo),  Ravenna  può  trasformarsi  in  un  laboratorio  avanzato  di  integrazione culturale, dove le differenze di cultura, genere, abilità diventano valore aggiunto.

B)   Imprese  culturali  e  creative:  l’impatto  economico  della  cultura  e  dell’innovazione    (che  potrebbe essere raccontata con Ravenna, città creativa) Lo  sviluppo  delle  ICC  dovrebbe  diventare  una  priorità  per  il  nostro  territorio,  così  come  lo  è diventata  a  livello  regionale  attraverso  lo  sviluppo  di  una  strategia  di  smart  specialization:  la creatività e l’innovazione – ci sono centinai di studi e valutazioni di impatto che lo dimostrano – possono  contribuire  allo  sviluppo  economico  di  un  territorio,  attirando  e  trattenendo  talenti creativi, creando nuovi posti di lavoro, ma soprattutto generando soluzioni innovative che permetterebbero   alla  nostra  città  di  posizionarsi  nella  nuova  economia  emergente  (digitale  e creativa). In particolare lo sviluppo delle ICC potrebbe legarsi al processo di rigenerazione urbana della  Darsena  di  città,  come  ambito  privilegiato   per  l’insediamento   di  attività  produttive,  di distretti  innovativi,  di iniziative  di start-­‐up  e terziario  avanzato.  In questa direzione  ad  esempio vanno i progetti di the bRAin e Ravenna Common Ground.

C)   Human Smart City: tecnologia, partecipazione e innovazione sociale (che potrebbe essere raccontata come Ravenna, città open)
Sul terreno dell’innovazione, su cui si è giocato molto della partita della candidatura, la nostra città può (e deve) fare ancora molto, raccogliendo e arricchendo gli stimoli nati durante il percorso di candidatura, nella direzione di favorire la creazione di una Ravenna sempre più open. Open Data, Agenda  Digitale,  Innovazione   Sociale  sono  solo  alcune  delle  direttrici su  cui  continuare  a lavorare per rendere la nostra città sempre più intelligente, sostenibile e inclusiva. Agorà, Ravenna Common Ground, Smarty sono ad esempio progetti/strumenti  su cui varrebbe la pena investire, in virtù della portata innovativa che li caratterizza sul fronte delle tecnologie, della partecipazione  e dell’innovazione sociale.

D)  City branding (o meglio City Telling, per utilizzare un utile suggerimento di Paolo Verri): aumentare la visibilità  e attrattività  nazionale  e internazionale  della città (e che potrebbe  essere  raccontata come Ravenna, città del mosaico)
E’ una partita ampia e complessa quella che riguarda le politiche di rilancio dell’immagine e dell’attrattività   della  città  a  livello  non  solo  internazionale,   ma  anche  nazionale:  si  tratta  di ripensare  il modello  di  turismo  (esigenza  non solo  locale,  ma anche  e soprattutto  nazionale), nella direzione  di un turismo  sempre  più relazionale,  dove anche i cittadini  possono  giocare  un ruolo chiave nell’ospitalità e nel rapporto con i turisti (come nel nostro progetto Ring the Bell su i cosiddetti  IAT  diffusi);  andrebbe  poi  sviluppato  e  rafforzato  il  rapporto  tra  cultura  e  turismo, rilanciata la “Destinazione Romagna”, così come andrebbe aumentato il livello di internazionalizzazione  della città, passando da una pluralità di politiche e azioni di diversi soggetti a un quadro strategico unico e condiviso che faccia sistema; anche lo stesso sistema universitario potrebbe ricoprire un ruolo rilevante, esplorando modalità di cooperazione fra i dipartimenti romagnoli  nei  campi  della  didattica,  della  ricerca,  del  rapporto  con  territorio/imprese   e  della promozione della complessiva competitività internazionale della città.

In questo quadro, la programmazione culturale dovrà ovviamente essere elemento centrale della pianificazione  strategica,  con  una  progettazione  specifica  nella  direzione  di Dante  2021,  e con  una selezione  di  progetti  trasversali  alle  direzioni  individuate,  continuando  in  particolare  a  coltivare  il dialogo con le espressioni contemporanee delle arti e della cultura (come avvenuto nel percorso di candidatura). A questo proposito nel documento troverete una selezione di progetti del dossier.

Venendo alla roadmap (2011-­‐2021) che si potrebbe tracciare per rilanciare la città nei prossimi anni, essa   si   struttura   al   momento   su   quattro   tappe   fondamentali,   associate   a   eventi   di   carattere nazionale/internazionale  che faranno tappa nella nostra città e che potrebbero fungere a loro volta da catalizzatori di nuovi progetti e azioni su parti e aspetti di sviluppo differenti della città.

Si parte dalla Capitale Italiana della Cultura nel 2015, passando dalla Città europea dello sport nel 2016, attraversando il 2019 con Italia 2019 che vedrà Ravenna e le città finaliste accanto a Matera sul palcoscenico culturale europeo, fino ad arrivare a Dante 2021 con le celebrazioni dedicate al settimo centenario  della morte di Dante, in cui Ravenna  dovrà svolgere  un ruolo di primo piano sulla scena italiana e internazionale.

E’  evidente  che  per  arrivare  al  2021  con  dei  risultati,  bisognerebbe  avere  e  costruire  una  visione comune e condivisa, obiettivi misurabili, strategie integrate sul territorio – tanto più forti quanto più si intrecceranno  con le strategie  nazionali – competenze,  strumenti  e risorse da mettere in campo. Dal punto di vista delle risorse umane sarebbe importante una cabina di regia in grado di governare la complessità della pianificazione strategica che richiede dialogo e collaborazione tra diversi settori e diverse  politiche  pubbliche  sul territorio;  dal punto  di vista  delle  risorse  economiche,  il pubblico dovrà  integrarsi   sempre   più  con  il  privato  (attraverso   forme  di  partenariato   pubblico-­‐privato), sperimentando  anche  modalità  di  crowdfunding.  A  queste  linee  andrà  aggiunto  il  ricorso  ai  fondi europei:  una  partita  che  andrà  giocata  rafforzando  le  competenze  sul  territorio  nel  campo  della progettazione europea, e aumentando il grado di internazionalizzazione della stessa amministrazione comunale.

Ci saranno  poi  i fondi  legati  alle  prossime  future  iniziative,  a partire  dalla  Capitale  Italiana  della Cultura: anche qui in attesa di specifiche la nostra proposta è che il budget, tramite bandi di co-­‐finanziamento,  venga suddiviso tra una selezione di progetti  del dossier,  nuovi  progetti  e progetti  di comunità  come  sono  state  ad esempio  le prove tecniche dei cittadini.

In conclusione, e poi lascerò la parola ad alcune persone che hanno chiesto di intervenire oggi, per cambiare la città dovrebbe cambiare tutti i giorni e noi, cittadini, organizzazioni, imprese, istituzioni dovremmo essere in primo luogo gli artefici del cambiamento. In fondo, il più grande cambiamento per una città non è solo nelle sue infrastrutture urbane, per quanto importanti, ma anche nella mentalità e nei comportamenti  di chi la abita: il più grande cambiamento  è proprio quello che riguarda il nostro modo di vivere, pensare, sentire la città.

LORENZO DONATI
Buonasera, sono Lorenzo Donati e mi sono occupato di coordinare il programma artistico-culturale insieme a Christopher Angiolini. Credo che il percorso di candidatura, che come è stato detto è già una vittoria, debba rappresentare un “punto di non ritorno”. Molte cose di Ravenna 2019, molti progetti e strumenti, spero si possano portare nel futuro, e diventare modalità operative della città e delle sue politiche ordinarie. Credo che noi tutti, e con “noi” intendo un movimento vastissimo di persone, dalla candidatura abbiamo imparato molto. Credo che la città abbia imparato tanto, e sarebbe davvero insensato, ora, come alcuni vorrebbero, mettere da parte ciò che abbiamo appreso per restaurare quello che c’era prima.

- La candidatura ci ha insegnato, come città, la necessità di riportare la cultura, e l’arte, vicino alla vita quotidiana delle persone: l’enorme processo di partecipazione, l’avere reso “quotidiana” una certa idea di cultura, a portata di tutti. Agorà e fino alle prove tecniche di 2019 e dei cittadini, passando per ericailcane, John Cage in stazione, la danza aerea in darsena, la parata.

Dall’altro la progettazione:  l’essere partiti da una “pagina bianca “; il processo è stato talmente ampio al punto che non si può davvero parlare di “coinvolgimento”, ma di appartenenza collettiva delle idee: dalle prime cinquetracce fino all’ultima parata in darsena, è cresciuta una sensazione che fosse la città intera a stare respirando insieme, guardando nella stessa direzione, pur nelle diversità di opinione e nelle critiche che non sono mancate. Ovviamente c’è sempre qualcuno che resta a guardare, anche in occasioni come queste, che preferisce stare sulla soglia e decidere cosa fare a giochi finiti. Mi dispiace, soprattutto per loro, perché spendersi al cento per cento per qualcosa in cui si crede, pur sapendo che questo qualcosa non è perfetto, è una delle sensazioni più belle che si possano provare.
61 fra Istituzioni, organizzazioni, associazioni Ravennati (cifra che non tiene conto dei singoli)
43 Romagnole
- La candidatura ci ha insegnato l’intersettorialità, in un processo in cui la cultura è crocevia che ha fatto dialogare gruppi di persone provenienti da background fra loro diversissimi.

Cultura come processo identitario in cui riconoscersi pur occupandosi di sport, di turismo, di sociale, di educazione e formazione. Abbiamo dimostrato, senza troppa retorica, che lo sport è cultura, che organizzare camminate per la città è cultura, che creare occasioni di partecipazione e di accesso per le fasce di popolazione più svantaggiate è cultura, che pensare in un certo modo l’accoglienza turistica è cultura. E, tutti insieme, siamo riusciti a fare dialogare questi settori spesso fra loro scollegati, anche a livello di macchina burocratica comunale, che dal 2010 a oggi ha fatto dei passi da gigante. Non è stato facile ma credo che ci siamo riusciti, a volte incontrando resistenze di chi da troppo tempo è abituato a coltivare il proprio orticello, altre volte raccogliendo gli entusiami di chi si è speso buttandosi a capofitto nell’avventura 2019, mettendo a disposizione strumenti, risorse, occasioni dalla propria personale prospettiva, per arricchirla e spaesarla (e qui dovrei fare un elenco di persone, quello completo lo trovate a p 100 del dossier, mi piace citare due persone come esempio di questo processo, che sono Valentina Morigi e Guido Guerrieri, assessori con i quali ho avuto modo di lavorare gomito a gomito pur loro operando in aree apparentemente distanti dalla cultura, ma che con il loro lavoro hanno dimostrato che la cultura riguarda tutti).

- La candidatura ci ha insegnato quanto sia fondamentale tornare a pensare alla cultura e alle istituzioni come “beni comuni”: seguire un programma, cercare di interpretarne le richieste, e fare quello che si ritiene essere il meglio per la città. Nessuna scelta è stata imposta da nessuno, è stato un percorso aperto, che ha avvicinato tantissimo cittadini e operatori culturali all’Istituzione Comunale. Una istituzione pubblica dovrebbe essere percepita l’entità che opera per il bene della collettività. Ma troppo spesso agisce in maniera poco comprensibile per la maggioranza della cittadinanza. Il 2019 ha avuto il coraggio di tornare a parlare di istituzioni come “beni comuni”, in un processo dove ognuno ha potuto contribuire a una causa collettiva, senza formalismi e burocrazie, senza giri di parole. A parte la miriade di incontri pubblici, siamo stati a disposizione praticamente 24 su 24 negli uffici e in tanti altri luoghi della città, abbiamo incontrato tutti quelli che lo hanno chiesto e, spesso, siamo stato noi a chiedere di incontrare persone. Non ci sono stati “intoccabili” e si è dimostrato che il merito e la corrispondenza delle idee dei singoli al progetto collettivo doveva essere messa in primo piano.

Da ultimo, mi piacerebbe riflettere brevemente su qualcosa che non abbiamo ancora imparato, anche se la candidatura ha fatto tanto per indicarci una direzione. Si tratta di una constatazione semplice, traducibile in uno slogan: non si da conservazione senza innovazione >> La candidatura ha spinto sull’innovazione, sul non conosciuto, sulla scoperta; in una città, come del resto sono le città italiane di medio/piccole dimensioni, poco abituata a innovare, e per questo tendente non solo alla conservazione ma al conservatorismo. Avere messo al centro questi valori ha creato sconcerto, soprattutto in chi pensa che le cose non debbano cambiare mai, in chi è convinto che le rendite di posizione prevarranno, ma anche in chi crede di avere capito tutto e critica tutto e tutti- tranne la propria piccola cerchia di amici. La conservazione dei privilegiati e l’inazione degli eterni scontenti si sono trovati uniti in una zona grigia silenziosa e che ora sembra riemergere, e un po credo che dobbiamo temerla, o almeno io la temo, lo confesso.

Tutta la candidatura è stata come una sorta di gigantesco “antidoto”a questa deriva, e volendo essere più specifici un passaggio in particolare mi sta a cuore nel dossier, lo abbiamo chiamato “Il vantaggio delle differenze”: guardare alla diversità come valore aggiunto, a livello interpersonale, interculturale, di diverse abilità, di orientamenti sessuali. Questa città ora si trova di fronte a un bivio: può diventare un avanposto di tale processo, processo che la accomunerebbe alle zone più avanzate  dell’Europa e non solo. Oppure può chiudersi in se stessa, “proteggersi” e difendersi. E così arretrare.

Sarà difficilissimo, eppure dobbiamo provarci. É necessario non demordere e proseguire a spingere per innovare, facendo le cose alla luce del sole, dando forza ad azioni che mettono al centro la discussione collettiva, la diversità, le minoranze, e anche il conflitto, se usato come leva per costruire qualcosa che trascende le posizioni dei singoli.

CHRISTOPHER ANGIOLINI
Buonasera a tutti,  ciao a tutti.
Il motivo per cui ci troviamo qui oggi è presto detto. Siamo arrivati alla fine di un percorso, un percorso piuttosto lungo per le abitudini contemporanee: 4 anni verso un obiettivo. Abbiamo ritenuto doveroso ritrovarci tutti assieme qui oggi, per i saluti finali, in fondo l’ultima volta abbiamo marciato fianco a fianco sulle banchine della darsena verso quell’obiettivo comune. Un evento che onestamente credo che a ravenna non si fosse mai visto. Non potevamo non ringraziarvi. Quel network su cui abbiamo lavorato durante tutto il nostro incarico, la rete tra cittadini operatori culturali, interculturali, studenti imprese ed istituzioni per una nuova idea di città, quel giorno si è trasformato in realtà, e quella marcia ne è divenuto il simbolo. Io credo che sia proprio da qui che si debba ripartire, tutti quanti assieme, da questa rete di relazioni che ritengo sia un patrimonio fondamentale per la crescita futura di una comunità.

La mia esperienza pre candidatura mostrava una ravenna attiva culturalmente, ma questo fermento faticava a collocarsi nella quotidianità e dialogare con gli altri tessuti e ad essere concepito come una risorsa.

Oggi mi pare piuttosto evidente che le cose non stiano più così. La contaminazione tra quotidianità e ricerca/cultura è talmente diffusa e naturale che non ce ne rendiamo nemmeno più davvero conto.  Se pensiamo alla quantità e qualità di eventi che ravenna ha ospitato/realizzato nel mese di ottobre all’apice del percorso: ecco, in quel momento eravamo davvero una città europea.

Ovviamente nel momento in cui un obiettivo non si raggiunge i detrattori la fanno da padrone, ma è questa l’occasione in cui è giusto chiarire che si è lavorato prudentemente con risorse inferiori a quelle delle altre città. E si è scelto sin dal primo momento di investirle tutte sul territorio per una semina che avrebbe comunque garantito un raccolto sul medio periodo. Per essere chiari fino in fondo, non siamo andati a comprare pacchetti vittoria preconfezionati sul mercato europeo. Abbiamo fino all’ultimo cercato di investire sui giovani, sulle risorse ed energie del territorio, come le grandi società sportive per capirci, quelle che aprono dei cicli. E questo è il senso di questo incontro. Siamo solo alla fine della prima fase. Il nostro lavoro si conclude qui.

Ora vi lasciamo con il dossier in cui sono chiari tutti i processi sviluppati e i progetti proposti che ovviamente andrebbero ricalibrati, ma in gran parte non abbandonati. In fondo il criterio modularità con cui avevamo selezionato alcuni progetti e la solidità di alcuni partners li rende ancora oggi realizzabili (come le altre capitali eu.). Proprio per questo alleghiamo un nuovo documento che tiene conto del fatto che non si tratta più del titolo di capitale europea della cultura, ma di un possibile futuro della città. Ora rimango qui ad ascoltare i miei compagni di avventura, ma poi non vedo l’ora di scendere e tornare dall’altra parte. Dipende da tutti decidere se proseguire, in quale modo e direzione.

ALBERTO MARCHESANI
Mi chiamo Alberto Marchesani, sono stato il responsabile della comunicazione di Ravenna2019. Attraverso web, social network, giornali ho contribuito a dare una forma a questo racconto e ringrazio la città di Ravenna che mi ha dato l’onore di averlo potuto fare.
Una comunità civile si riconosce attorno alle proprie storie.
Una comunità civile si riconosce come tale perché può dire di aver condiviso un’avventura, un’impresa di cui non sapeva a priori quale sarebbe stato l’esito.
L’impresa che tutti noi abbiamo condiviso è stata una corsa, partita inizialmente lenta e fatta da poche persone, ogni giorno questa corsa ha trascinato con sé sempre più persone ed è divenuta, ben presto, l’argomento di discussione e il metro di misura di tutto ciò che accadeva nel nostro territorio.
Ognuno ha pensato alla ricetta perfetta necessaria per vincere, ha evidenziato problemi che ci avrebbero procurato la sconfitta. Non c’era barbiere, impiegato, insegnante, giornalista che non avesse il suo personale punto di vista su questa competizione o la propria formula per vincerla.
Personalmente non ricordo un evento, in tempo di pace, che ha coinvolto questa città che abbia avuto la stessa risonanza.
Come ogni storia che si rispetti questa storia ha avuto i suoi protagonisti, che sono aumentati nel corso del tempo fino a divenire migliaia.
In questa storia ci siamo riconosciuti tutti, chi per adesione e chi per contrasto, ciascuno di noi qui in questa sala, ma anche chi è rimasto alla finestra a vedere come sarebbe finita, ha trovato un proprio ruolo in questa vicenda.
Ciascuno si è sentito in dovere di partecipare, portando energie, sollevando critiche, collaborando o aspettando il momento buono per dire “ve l’avevo detto io”.
Per tutti c’era un posto in questa storia, questa storia ha avuto tantissime versioni e punti di vista.
Abbiamo raccontato a tutta Europa chi è Ravenna e la Romagna. I giornali, la tv, le radio e i siti web hanno per mesi parlato della nostra città, di come ci stavamo preparando e come eravamo.
Ricordiamoci che partendo dai mosaici siamo riusciti a raccontare chi siamo oggi e come si vive qui, la nostra “tradizione per il contemporaneo”, la nostra grande produzione artistico-culturale, la capacità che abbiamo di lavorare in squadra, il nostro mosaico di culture, e a quanto pare qualcuno ha pensato che la qualità della vita non fosse poi male qui.
Abbiamo raccontato al mondo chi siamo, senza inventare balle e senza dare una versione patinata della storia, abbiamo mostrato la nostra città per quello che è, nei suoi punti di forza e nelle sue debolezze.
Abbiamo imparato a guardarci, a raccontarci e a vederci con gli occhi di una città intera. Abbiamo provato a uscire dal provincialismo senza rincorrere facili astuzie o tentazioni, ma tentando di trovare fra di noi le idee per farlo.
L’importanza di compiere certe imprese, anche se non si vincono, sta proprio in questo: nell’avere una storia condivisa da raccontare a chi non l’ha vissuta. Questo è quello che fa di un qualunque consorzio umano, una comunità.
Ora abbiamo fra le mani questo patrimonio, questa storia di cui conosciamo il finale, che però potrebbe essere il primo capitolo di un nuovo corso.
Sta a noi decidere.
È stata un’impresa politica, nell’accezione nobile (e dimenticata) di questo termine.
Spero che adesso si facciano le scelte giuste.

MARCELLA MONTANARI
Sono Marcella Montanari e in questi 4 anni mi sono occupata degli aspetti organizzativi legati alla quotidianità del progetto e poi nello specifico di produzione eventi e supporto alla comunicazione.

Quando ho iniziato la collaborazione con Ravenna 2019 avevo ripreso attivamente contatti con la città da un paio d’anni, dopo una decina passati avendo Bologna come base e un lavoro che mi aveva portata a muovermi per tutta Europa (attraverso circuiti teatrali e festival di arti digitali).

Da fuori, per chi lavorava nel contesto culturale, Ravenna appariva come una città per molti ambiti sopra la media, con un forte potenziale ma anche con alcuni nodi.

Personalmente, la cosa che mi lasciava più perplessa era la percezione di una città piccola, ma che rivelava sotto la superficie un brulicare di realtà di cui però i ravennati non sembravano avere consapevolezza o curiosità.

Sono convinta che una delle sfide che in questi anni abbiamo affrontato sia stata proprio legata alle dimensioni della diffidenza e della curiosità, cercando di creare le condizioni che potessero far scattare un approccio curioso e aperto.

Curiosità di sapere cosa significasse diventare Capitale Europea della Cultura, e poi come si dovesse fare nel concreto per passare ad una dimensione di operatività e trasformazione, curiosità reciproche tra realtà dello stesso territorio che non si erano mai praticate a vicenda, fino ad arrivare alla percezione che ognuno poteva immaginare la città del futuro e aggiungere la propria tessera per realizzarla veramente.

Abbiamo quindi cercato di ideare e organizzare iniziative che potessero muovere in questa direzione. Non è stato un percorso immediato, né facile.
Personalmente ho fatto i conti tutti i giorni con la concretezza del fare le cose, del riuscire a rendere reale un progetto nella sua complessità fatta di relazioni umane, lungaggini burocratiche, imprevisti logistici, tempistiche di produzione talvolta inverosimili, ottimizzazione di risorse, in continuo dialogo con colleghi del comune, operatori culturali,sociali ed economici, volontari, semplici cittadini, ciclisti in partenza per il giro del mondo, turisti alla caccia di gadget, organizzatori, intellettuali ed artisti, grafici, appassionati e hobbisti, service, tipografie, studenti e insegnanti…e ho visto nascere da questo confronto progetti bellissimi e nonostante i ritmi assurdi e la fatica sono felice di aver contribuito a tenere insieme le tessere di questo progetto.

Credo che la città in questo processo si sia realmente trasformata, ma che sia solo all’inizio di questo cambiamento e che il rischio molto alto ora sia di tornare a quella dimensione di diffidenza e disgregazione, ma credo anche che ognuno di noi che ha ‘visto’ come potrebbe essere Ravenna nel 2019 abbia una responsabilità rispetto a questo potenziale di bellezza e che si debba prendere un impegno reciproco per non disperderlo…